domenica 15 gennaio 2017

"Io ero, io sono, io sarò" di Rosa Luxemburg


"L'ordine regna a Berlino!" annunzia trionfante la stampa borghese, annunziano Ebert e Noske, annunziano gli ufficiali delle "truppe vittoriose", a cui la plebaglia piccolo-borghese di Berlino acclama e sventola i fazzoletti!
La gloria e l'onore delle armi tedesche sono salvi di fronte alla storia mondiale. I miserabili sconfitti delle Fiandre e delle Argonne hanno riabilitato il loro nome con una splendida vittoria sui trecento spartachisti del Vorwärts.
"L'ordine regna a Varsavia!", "L'ordine regna a Parigi!", "L'ordine regna a Berlino!". Così si rincorrono a distanza di mezzo secolo gli annunzi dei guardiani dell'ordine da un centro all'altro della lotta storico-mondiale. E i vincitori tripudianti non considerano che un ordine che ha bisogno di essere mantenuto con periodici sanguinosi massacri, va inevitabilmente incontro al suo destino storico, al suo tramonto. Che cosa è stata quest'ultima "settimana di Spartaco" di Berlino, che cosa ha portato, che cosa ci insegna? Ancora in mezzo alla battaglia, in mezzo agli ululi di vittoria della controrivoluzione, i proletari rivoluzionari devono rendersi ragione dell'accaduto, commisurare gli avvenimenti e i loro risultati alla grande scala della storia. Seguire con consapevolezza le sue direttrici, le sue vie, è i primo compito dei combattenti del socialismo internazionale. Era da attendersi da questa lotta una vittoria definitiva del proletariato rivoluzionario, la caduta degli Ebert-Scheidemann e l'istituzione della dittatura socialista? Certo no, se si prendono seriamente in considerazione tutti gli aspetti decisivi della questione. Il punto debole della posizione rivoluzionaria attuale: l'immaturità politica dei soldati, che si lasciano pur sempre adoperare dai loro ufficiali a fini antipopolari controrivoluzionari, è già una prova dell'impossibilità, in quest'urto, di una durevole vittoria rivoluzionaria. D'altra parte questa stessa immaturità dell'esercito è solo un sintomo della generale immaturità della rivoluzione tedesca. Il contado, da cui proviene una grande percentuale della truppa, ora come prima è stato appena toccato dalla rivoluzione! Berlino è ancora come isolata dal Reich.
Da questa contraddizione, in una fase iniziale dello sviluppo rivoluzionario, tra aggravamento dei compiti e insufficienti condizioni per la loro realizzazione, risulta la conclusione formalmente negativa delle singole battaglie rivoluzionarie. Ma la rivoluzione è l'unica forma di guerra - anche questa è una sua particolare legge di vita - in cui la vittoria finale possa essere preparata solo attraverso una serie di sconfitte!
Che cosa ci mostra tutta la storia delle rivoluzioni moderne e del socialismo? Il primo divampare della lotta di classe in Europa: l'insurrezione dei setaioli lionesi del 1831, è finita con una grave sconfitta. Il movimento cartista inglese con una disfatta. Il sollevamento del proletariato parigino nei giorni del giugno 1848 è terminato con una sconfitta schiacciante. La Comune di Parigi con una sconfitta paurosa. Tutta la strada del socialismo - per quel che riguarda le battaglie rivoluzionarie - è disseminata di patenti disfatte.
E pure irresistibilmente questa stessa storia passo passo porta alla vittoria finale! Dove saremmo oggi senza quelle sconfitte, dalle quali abbiamo attinto esperienza storica, scienza, forza, idealismo! Noi, che oggi siamo giunti immediatamente davanti alla battaglia finale della lotta di classe proletaria, poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza.
Avviene con le lotte rivoluzionarie l'esatto contrario che con le lotte parlamentari. Nello spazio di quattro decenni abbiamo avuto in Germania in sede parlamentare solo delle vittorie, siamo passati addirittura di vittoria in vittoria. E il risultato ne fu, al momento della grande prova storica del 4 agosto: una disfatta politica e morale catastrofica, un crollo inaudito, una bancarotta senza esempi. Le rivoluzioni ci hanno finora portato sonore sconfitte, ma esse nella loro inevitabilità sono altrettante garanzie della futura vittoria finale.
Le masse sono il fattore decisivo, sono la roccia sulla quale sarà edificata la vittoria finale della rivoluzione. Le masse sono state all'altezza della situazione, esse hanno fatto di questa sconfitta un anello di quella catena di sconfitte storiche, che sono l'orgoglio e la forza del socialismo internazionale. E perciò da questa sconfitta sboccerà la futura vittoria.
"L'ordine regna a Berlino!" Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla sabbia. Già domani la rivoluzione si ergerà nuovamente ed annuncerà con un suono di squilla: io ero, io sono, io sarò!

giovedì 12 gennaio 2017

Verba volant (339): ex...

Ex, prep lat.

Barack Obama sta per diventare l'ex presidente degli Stati Uniti; probabilmente sarà il migliore ex presidente della storia recente di quel paese. E' giovane, immagino riuscirà ad avere ancora un'influenza nella vita pubblica di quel paese, potrebbe perfino diventare il marito - o il padre - di una futura presidente.
E' ovviamente presto per tracciare un bilancio della sua presidenza, ma credo si possa dire che il suo mandato si chiude con una sconfitta molto pesante: il fatto che il suo successore sia una persona come Donald Trump è il fallimento più grande di Obama, qualcosa che lo consegnerà - non certo come avrebbe voluto - alla storia, insieme al fatto che è stato il primo presidente nero degli Stati Uniti. I simboli contano in politica - Obama, che è persona intelligente, lo sa bene, e immagino che lo stesso Trump lo intuisca - spesso contano più delle cose che si fanno o non si fanno. Otto anni fa l'ingresso di Obama alla Casa bianca è stato un evento che ha segnato nel profondo quel paese, dove la questione razziale ha ancora un peso, un peso tanto rilevante che Trump è stato eletto anche in forza di una sorta di reazione alla presidenza di Obama. Trump ha vinto le elezioni anche perché è un maschio bianco, per quanto molti dei suoi elettori non siano disposti ad ammetterlo.
Obama ha detto nel suo discorso d'addio che lascia un'America migliore di quella che ha trovato otto anni fa. E' legittimo che lo pensi ed è naturale che lo dica, ma mi verrebbe da dire che proprio l'elezione di Trump è il segno che si tratta di una frase retorica, destinata a scaldare gli animi dei suoi molti sostenitori, ma poco aderente alla realtà. Proprio la questione razziale rimane come una ferita che attraversa quel grande paese: e si tratta di una ferita non solo metaforica perché in questi otto anni tanti giovani ragazzi di colore e ispanici sono rimasti uccisi in scontri con la polizia e, più spesso, solo a seguito di controlli o di fermi ingiustificati. Essere nero negli Stati Uniti non è facile oggi come non lo era otto anni fa. La vicenda personale e politica di Obama è una storia diversa, troppo diversa, da quella che si vive nelle periferie delle città americane, perché in fondo la presidenza Obama non ha inciso sulla divisione più profonda della società degli Stati Uniti, come della nostra, tra poveri e ricchi.
Puoi anche essere nero, ma se sei ricco, se sei famoso, se sei bello, allora vieni accettato, sei un idolo, sei uno che può diventare perfino presidente, ma se sei povero, anche se sei bianco, allora non hai nessuna possibilità. E su questo Trump ha giocato le sue carte con abilità. Ma se sei nero di possibilità ne hai, se possibile, ancora meno.
Otto anni fa ci siamo emozionati a vedere quel giovane uomo di colore giurare sulla Bibbia appartenuta ad Abramo Lincoln. Poi, come spesso ci succede, abbiamo fatto l'errore di credere che un passo avanti così importante nel campo dei diritti civili avesse un significato anche nel campo dei diritti sociali. Non è stato così, non poteva essere così, perché non ti fanno diventare presidente degli Stati Uniti se sei un vero progressista e soprattutto perché Obama era ed è un moderato, uno che pensa che il governo possa servire a tutelare almeno un po' le fasce più deboli della società e a controllare solo gli eccessi più macroscopici degli spiriti animali del capitalismo. Invece in questi otto anni, forse ancora di più che in quelli precedenti, il capitalismo ha rotto ogni freno, non solo in America, ma soprattutto in altre parti del mondo, a partire dalla Cina. E Trump è il rappresentante di questi appetiti sfrenati - basta guardare chi ha scelto nella sua amministrazione. Poi vedremo se i capitalisti delle due sponde del Pacifico decideranno di combattersi o - come è più probabile - di allearsi, ma per entrambe queste scelte non era adatto uno come Obama, serviva uno come Trump, uno che garantisse di più e meglio gli interessi del capitale. Mentre i poveri degli Stati Uniti, i bianchi e soprattutto i neri, continueranno a essere poveri, più poveri, e soprattutto continueranno a credersi responsabili a vicenda della propria povertà, nella lotta sempre più sanguinosa tra gli ultimi e i penultimi, in cui l'unico vincitore è sempre chi siede in alto.
Per risolvere questo nodo Obama non ha fatto nulla in questi otto anni. Magari ci rifletterà nella sua nuova vita da ex.

mercoledì 11 gennaio 2017

Considerazione libere (416): a proposito di due sì...

In questi giorni potremmo dedicare il nostro tempo a riflettere sui motivi, legittimamente giuridici o inconfessabilmente politici, che hanno spinto i giudici della Consulta a emettere questa sentenza oppure a discutere su come sono stati scritti i quesiti o ancora a pensare alle conseguenze politiche di questa sentenza, sull'opportunità che si voti prima possibile il referendum o che si vada a elezioni anticipate. O su come questo referendum ci servirà a ricostruire una sinistra in Italia. Francamente però oggi non abbiamo questo tempo. Ne abbiamo pochissimo. E abbiamo scarse energie. E il nostro poco tempo e le nostre scarse energie dobbiamo dedicarle a fare propaganda per il SI', a spiegare qual è il vero significato di questi referendum, di quelli su cui saremo chiamati ad esprimerci e anche di quello che per ora non è stato ammesso. Ed è qualcosa che non riguarda solo strettamente il tema dell'utilizzo dei voucher o quello degli appalti o finanche quello, seppur fondamentale, dell'art. 18. Sono temi che abbiamo affrontato e su cui torneremo. Ma la questione vera riguarda la dignità costituzionale del lavoro, che i costituenti vollero sancire in maniera solenne - e assolutamente inedita - in quell'art. 1 molto citato, ma poco applicato.
La battaglia in cui dobbiamo essere impegnati già da queste ore e su cui dovremo saper costruire un fronte il più ampio possibile - speriamo maggioritario - è simile a quella che ci ha impegnato nei mesi passati. Perché anche lo scorso 4 dicembre in gioco non era tanto la sopravvivenza del Senato o il meccanismo di formazione delle leggi, quanto l'idea stessa di democrazia rappresentativa. Oggi allo stesso modo questi referendum ci servono a ribadire la centralità costituzionale del lavoro, l'idea che i diritti delle persone che lavorano devono essere garantiti a partire dalla legge fondamentale del nostro ordinamento.
Perché il nostro lavoro, il lavoro di tutti, deve essere uno sforzo libero. Pare scontato, ma non lo è: lo sforzo di uno schiavo, di un uomo o di una donna costretti a cedere il proprio tempo e le proprie energie, non può essere considerato lavoro. Le meraviglie architettoniche dell'antichità furono costruite da schiavi e oggi sono schiavi quelli che producono le magliette che indossiamo o i telefonini con cui ci teniamo continuamente in contatto, e questo non è lavoro. E non serve andare in Asia o in Africa, basta fermarsi nelle campagne dove si raccolgono le arance e i pomodori o andare in qualche fabbrica o in un call center. Lo dobbiamo ricordare quando valutiamo la crescita di un paese: la schiavitù conviene dal punto di vista puramente economico, dal momento che garantisce bassi costi di produzione e crescita della ricchezza complessiva. Però quello non è lavoro e non realizza la prosperità comune. Perché il lavoro di ciascuno di noi realizza a un tempo noi stessi e la società. E’ abbastanza semplice capire che il lavoro libero di ciascuno di noi contribuisce al bene della comunità, è qualcosa di cui abbiamo immediata evidenza. Forse non abbiamo ancora capito quanto il lavoro sia importante per ciascuno di noi. A chi è successo - a me è successo intorno ai quarant’anni - di non avere un lavoro sa che si tratta di un momento che si ricorda con dolore e ansia. Chi non lavora non esprime la sua capacità di essere, in qualche modo non è. L'art. 1 dice questo e dice che la democrazia si realizza con il lavoro e che il lavoro si tutela con la democrazia.
Troppo spesso in questi anni ci hanno fatto credere che il lavoro sia solo un dovere o, ancora peggio, una concessione che ci viene fatta, qualcosa per cui dobbiamo ringraziarli. Invece il lavoro è un nostro diritto. In gioco nel prossimo referendum c'è semplicemente questo. La domanda che quei due quesiti rivolgono a tutti noi è questa: abbiamo diritto al lavoro, un lavoro sicuro, un lavoro retribuito in maniera proporzionale ed equa? SI'.

lunedì 9 gennaio 2017

"La bellezza è un sogno" di Zygmunt Bauman

Noi umani possediamo il linguaggio, strumento capace di operare meraviglie, che ci permette di dare un nome alle cose esistenti, ma anche, ancor più miracolosamente, alle cose che non esistono ancora: alle cose come sono e alle cose come potrebbero essere. Grazie al linguaggio possiamo fare scelte: possiamo respingere certe cose in nome di altre, e possiamo anche parlare e pensare a cose che devono o possono ancora venire. Siamo animali "trasgressivi" e "trascendenti" e non possiamo farne a meno. Viviamo in anticipo sul presente. Le nostre rappresentazioni anticipano le nostre percezioni. Il mondo che abitiamo è sempre un passo, o un chilometro, o un anno luce più avanti rispetto al mondo di cui facciamo esperienza. La parte di mondo che sopravanza la nostra esperienza vissuta viene definita "ideale": gli ideali ci devono guidare in territori per il momento inesplorati e per i quali non esistono mappe.
La "bellezza" è uno degli ideali che ci guidano al di là del mondo già esistente. Il suo valore risiede pienamente nel suo potere di guida. Se mai arrivassimo al punto segnato dall'ideale della bellezza, essa perderebbe il suo potere: il nostro viaggio giungerebbe al termine. Non ci sarebbe più nulla da trasgredire o da trascendere, e quindi nemmeno umana per come la conosciamo. Ma forse, grazie al linguaggio, e all'immaginazione che il linguaggio rende tanto possibile quanto inevitabile, quel punto non può mai venire raggiunto.
Definiamo "belle" molte cose, ma di nessuna cosa che definiamo in questo modo possiamo dire onestamente che non possa conoscere un progresso. La "perfezione" è sempre "non ancora". Uno stato di cose nel quale non sia desiderabile alcun progresso è il sogno solo di coloro che devono progredire molto. Forse il concetto di perfezione costituisce un elogio dell'immobilità, ma compito di tale concetto è impedirci di rimanere immobili L'immobilità si trova nei cimiteri, eppure, paradossalmente è il sogno dell'immobilità a tenerci in vita. Fin tanto che il sogno resta irrealizzato contiamo i giorni, e i giorni contano: abbiamo uno scopo e un lavoro da portare a termine...
Non che un compito sempre testardamente e clamorosamente incompiuto sia un bene incondizionato o rechi felicità incontaminata. La condizione del "lavoro incompiuto" possiede molte attrattive ma, come tutte le altre condizioni, è meno che perfetta.
La memorabile sentenza di Robert Louis Stevenson, secondo la quale «viaggiare con speranza è meglio che arrivare», non è mai suonata più vera che nel nostro mondo moderno, liquido e fluido. Quando le mete si spostano o perdono di fascino più rapidamente di quanto le gambe riescano a camminare, le auto a muoversi e gli aerei a volare, restare in movimento conta più della meta. «Come fare» sembra più importante e urgente rispetto a «cosa fare». Impedire che tutto quel che facciamo in quest'istante divenga un'abitudine, non farsi vincolare dall'eredità del proprio passato, indossare l'identità attuale come si indossano le magliette, sostituibili quando non servono più o sono fuori moda, respingere gli insegnamenti del passato e abbandonare le competenze del passato senza pudori o pentimenti, tutto ciò sta diventando l'elemento distintivo dell'attuale politica della vita e attributo della razionalità nella modernità liquida. La cultura della modernità liquida non è più una cultura dell'apprendimento e dell'accumulazione, come le culture che conosciamo in base alle descrizioni degli storici e degli etnografi. E' invece una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza.
In questo tipo di cultura, e nelle strategie di politica della vita che essa approva e promuove, non c'è molto spazio per gli ideali. Ancor meno spazio c'è per gli ideali che sollecitano uno sforzo sostenuto, di lungo periodo, fatto di piccoli passi compiuti verso obiettivi che, per ammissione di tutti, sono distanti. Né c'è spazio per un ideale di perfezione che derivi tutto il suo fascino dalla promessa di porre termine alla scelta, al cambiamento, al progresso. Per essere più precisi, tale ideale può ancora librarsi sul mondo vitale di uomini e donne della modernità liquida, ma solo come sogno, sogno il cui avveramento nessuno si attende più, sogno notturno che svanisce d'un tratto con la luce del giorno.
Ecco perché la bellezza, nel suo significato ortodosso di ideale per cui combattere e morire, sembra star passando un brutto periodo.
Il significato della "bellezza" subisce impercettibilmente un cambiamento fatale. Negli usi attuali del termine i filosofi stenterebbero a riconoscere i concetti da loro costruiti attraverso i secoli con tanta serietà e fatica. Soprattutto non troverebbero il legame tra bellezza ed eternità, tra valore estetico e durevolezza. Pur tra controversie furiose, tutti i filosofi hanno concordato che la bellezza si solleva al di sopra dei volubili e fragili capricci privati, e che, anche se potrebbe esistere una "bellezza a prima vista", sarebbe il corso del tempo a comprovarla. Non troverebbero nemmeno la «pretesa di validità universale» che a loro giudizio era attributo indispensabile di ogni giudizio propriamente estetico. La cultura dell'azzardo ha rimosso dal cartellone questi due aspetti, entrambi macroscopicamente assenti dagli attuali usi più comuni del termine "bellezza".
Il mercato dei consumi e i modelli di condotta che esso richiede e coltiva si adattano alla cultura dell'azzardo della modernità liquida, la quale, a sua volta, si adatta alle pressioni e alle seduzioni del mercato. Entrambi sono in perfetto accordo, si alimentano e si rafforzano a vicenda. Per non far perdere tempo ai clienti e per non pregiudicare le loro gioie future, quindi imprevedibili, il mercato dei consumi offre prodotti rivolti al consumo immediato, preferibilmente usa e getta, fatti in modo da non ingombrare la spazio vitale quando non saranno più di moda. I consumatori, confusi dal vorticare delle mode e dal ritmo sempre più accelerato dei loro cambiamenti, non possono più basarsi sulla propria capacità di apprendimento e memorizzazione: pertanto ascoltano di buon grado chi li rassicura che il prodotto attualmente offerto è "l'oggetto da avere", "l'ultimo grido", un must in o con cui farsi vedere.
Il valore estetico, eterno e "oggettivo", del prodotto è l'ultima cosa di cui preoccuparsi. Né la bellezza è "nell'occhio di chi guarda". Al contrario, il suo luogo è la moda attuale: pertanto essa è destinata a divenire bruttezza non appena la moda corrente verrà sostituita, il che avverrà di sicuro, e presto. Il mercato possiede la stupefacente capacità di imporre alle scelte dei consumatori, ostentatamente individualistiche e quindi potenzialmente casuali e sparse, un modello regolare, per quanto di breve durata, senza il quale essi si sentirebbero completamente disorientati e perduti. Il gusto non è più una guida sicura, l'apprendimento e la fiducia nella conoscenza già acquisita sono trappole invece che aiuti, e il comme il faut di ieri può trasformarsi senza preavviso in comme il ne faut pas.
Nella nostra società della modernità liquida la bellezza è andata incontro al medesimo destino subito da tutti-gli-altri ideali che in passato hanno alimentato l'irrequietezza e lo spirito di ribellione. La ricerca di armonia totale e di durata eterna è stata riscritta, puramente e semplicemente, nei termini di un impegno frutto di cattivi consigli. I valori sono tali fin tanto che si prestano al consumo istantaneo e sul posto. I valori sono attributi di esperienze momentanee. Così è la bellezza. E la vita? La vita è una successione di esperienze momentanee.

Verba volant (338): giravolta...

Giravolta, sost. f.

Gira, giravolta, gira un'altra volta... cantavamo da bambini. Qualcuno continua a canticchiarla.
Mi tocca ridirlo, perché anche i miei lettori hanno spesso poca memoria: io non sono un sostenitore del Movimento Cinque stelle e quindi mi interessa assai poco in quale gruppo sono stati, sono e saranno iscritti gli europarlamentari eletti da quel partito. Prendo atto che ora hanno deciso, nel giro di una notte - o poco più - di lasciare il gruppo che avevano formato con l'Ukip per entrare in quello dei liberali di Alde, una formazione di destra - infatti tra gli italiani ci sono stati i radicali e Monti e Rutelli e un bel po' di personaggi di questa risma - fortemente europeista: un passaggio piuttosto brusco dalle formazioni decisamente euroscettiche con cui fino ad ora si era accompagnato il partito guidato da Beppe Grillo. Sono rimasti a destra, ma sono passati dalla destra impresentabile a una decisamente più presentabile. Io, lo sapete, sono un vecchio comunista e non ho simpatia né per gli uni che per gli altri, anzi forse mi stanno perfino un po' più anticipatici quelli presentabili, perché comunque sono più pericolosi.
E' buffa una cosa però. I più "autorevoli" giornali italiani due anni fa hanno detto di tutto quando Grillo ha deciso di fare un gruppo con i camerati di Farage: se ne avete voglia, andate a prendere i giornali di quei giorni e leggerete decine di commenti, assolutamente sdegnati, per quella decisione. Anch'io, nel mio piccolissimo, non apprezzai quella scelta, perché mi parve un brutto segnale e contraddittorio con una parte delle persone che votano e militano in quel partito. Ora che quel vulnus è stato finalmente sanato gli stessi autorevoli commentatori dovrebbero essere contenti - io, che autorevole non sono mai stato, sono contento, perché comunque l'Ukip continua a essere una pessima compagnia - invece tuonano contro la scelta di Grillo. Compagni del Corriere, guardate che Grillo è venuto con voi, è venuto dove c'è già quell'agit-prop di Monti. Non sarebbe più onesto, cari autorevoli commentatori, che diceste, in maniera chiara, che i vostri padroni vi pagano per parlare male del Movimento Cinque stelle? Comunque io riesco a parlarne male, anche se nessuno mi paga.
Francamente mi preoccupa che il secondo partito italiano - o forse già il primo - possa decidere così facilmente, da un momento all'altro, di cambiare la propria collocazione all'interno del parlamento europeo, anche solo per ragioni puramente tecniche e regolamentari. Ma mi preoccupa anche il livello della discussione che non riesce a stare nel merito, ma immediatamente trascende, perché bisogna comunque dare addosso ai pentastellati. Peraltro è la tattica migliore per farli vincere, come ha dimostrato nei mesi scorsi Trump, che ha avuto un tale successo anche perché tutti i giornali "autorevoli" si sono schierati contro di lui. O forse qualcuno sta lavorando per far vincere Grillo e i grillini? Una brutta prospettiva per qual barlume di sinistra che ancora si arrabatta in questo paese. Come finiva quella canzoncina? Ah sì: tutti giù per terra...

sabato 7 gennaio 2017

Verba volant (337): neve...

Neve, sost. f.

Nevica: può succedere in inverno. Magari in alcune zone è più raro che in altre, ma sta nell'ordine delle cose. Poi noi viviamo in un mondo in cui esiste anche la neve artificiale, abbiamo in qualche modo "inventato" la neve, in bombolette da mettere sui presepi, per far finta che Gesù bambino sia nato al freddo e al gelo, e soprattutto con i cannoni, per allungare la stagione sciistica nelle località invernali. Lo so di essere in questo un vecchio conservatore, ma mi preoccupa molto di più quella neve finta, per produrre la quale occorrono grandi quantità di acqua e di energia, che la neve vera che pure in queste ore desta allarme sugli organi di informazione.
Certo non è ammissibile che delle persone muoiano a causa del freddo e della neve e una società in grado di fabbricare la neve a proprio piacimento deve - ed è, se lo vuole - essere in grado di impedire queste morti. Così come deve essere in grado di garantire che i mezzi di soccorso possano raggiungere che si trova in difficoltà. Ma è davvero necessario che tutti noi abbiamo la possibilità di spostarci da casa nei giorni in cui nevica? Magari per andare a sciare su piste innevate artificialmente?
Credo che la neve ci "disturbi" così tanto perché ci mette di fronte ai nostri limiti, ci ricorda che la natura è ancora, per fortuna, più forte della nostra specie, che pure ha l'ambizione di controllarla, sfruttarla, dominarla. La neve ci costringe a fermarci, e noi viviamo in un mondo in cui sembra impossibile fermarsi: abbiamo bisogno di essere sempre connessi, abbiamo bisogno di comunicare in ogni momento, abbiamo bisogno di sapere tutto quello che succede in ogni parte del mondo. E soprattutto abbiamo bisogno di muoverci in ogni momento per andare a comperare qualcosa. E' come se avessimo paura di fermarci, perché quella sosta forzata ci costringe a pensare, a riflettere, a stare con chi non vorremmo mai stare, ossia con noi stessi.
E forse dovremmo anche ricordare che il problema di quella famiglia di cui noi abbiamo in casa le statuette, magari in una capanna coperta di neve, non è il freddo, ma l'indifferenza degli uomini che non hanno loro offerto un posto in cui stare. E non è cambiato molto da allora, anzi sono molte di più le famiglie che vivono in condizioni precarie, che sono costrette a lasciare le loro case, magari perché qualcuno di noi ha bisogno delle neve artificiale.