sabato 18 febbraio 2017

Verba volant (353): precedenza...

Precedenza, sost. f.

Il consiglio regionale del Veneto ha approvato, a maggioranza, una legge che prescrive che nelle graduatorie degli asili nido comunali di quella regione venga data la precedenza ai bambini i cui genitori vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Si tratta ovviamente di una legge più di propaganda che di sostanza, fatta per dare un segnale a quegli elettori che avevano votato Zaia convinti dal suo programma "prima i veneti". Anche se la legge fosse davvero applicata, cambierebbe poco per le famiglie che vivono in quella regione, indipendentemente dalla data della loro residenza. Molto probabilmente questa legge verrà considerata anticostituzionale e con questa sentenza si farà un favore a chi l'ha promossa e votata, che avrà un altro argomento da usare nella prossima campagna elettorale per deprecare il centralismo di Roma e cavalcare la paura dei veneti "veri" contro l'invasione degli stranieri.
Proviamo a stare nel merito della legge regionale, per evitare la propaganda di cui si nutre quello schieramento politico.
Punto primo. La legge non dice che devono avere la precedenza i veneti - nemmeno i leghisti sono così stupidi - ma quelli che vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. Nella proposta di legge c'era anche l'avverbio "ininterrottamente", che è stato cassato, perché probabilmente si rischiava di lasciare fuori un bel pezzo di veneti autoctoni che i casi della vita hanno portato per un periodo fuori dalla loro terra, per studiare ad Oxford o per fare il deputato a Roma. Ovviamente anche molte persone nate in tutt'altra parte del mondo vivono e lavorano in Veneto da più di quindici anni, ma non sempre riescono a dimostrarlo, perché hanno lavorato in nero nelle fabbriche dei "bravi" cittadini veneti, hanno abitato nelle case dei "bravi" cittadini veneti, ma pagando l'affitto in nero, perché tanti che votano Lega hanno guadagnato sul fatto che gli stranieri rimanessero clandestini.
Punto secondo. Gli asili nido sono servizi comunali e quindi ogni amministrazione comunale ha adotta un proprio regolamento per regolarne il funzionamento, compreso il criterio per definirne l'accesso nel caso in cui le domande siano superiori ai posti disponibili. La regione con questa legge interviene su regolamenti comunali, con scarso rispetto per le autonomie: un paradosso per una forza politica che sbandiera il diritto all'autodeterminazione, fino alla secessione. Il sindaco leghista di San Giovanni Lupatoto dovrebbe ben adirarsi contro il "centralismo" regionale, anche se immagino che non lo farà, perché è sempre facile essere autonomisti con il culo degli altri.
Punto terzo. La legge si applica ai soli servizi gestiti dal pubblico, in questo caso i comuni, perché ovviamente il privato è sacro e ne va rispettata e tutelata l'autonomia. In Veneto poi questo privato è particolarmente sacro perché gli asili nido comunali sono pochissimi, appena il 10%, e questo servizio è demandato quasi totalmente alla chiesa cattolica, che ne trae una delle sue più significative fonti di guadagno. Inutile dire che i cattolicissimi politici della Lega - e non solo loro - in questi anni hanno fatto di tutto per favorire le strutture gestite dai preti, finanziandole direttamente e soprattutto evitando di costruire asili pubblici. In Veneto, come in molte altre realtà, la chiesa non ha concorrenza in questo campo e quindi fa sostanzialmente quello che vuole, compreso accogliere nei propri asili anche i bambini "negri", sempre che i loro genitori paghino la retta. Sono democratici i preti, per loro quelli che pagano sono tutti uguali.
Punto quarto. Purtroppo non è sempre così vero che per entrare negli asili nido c'è una lunga graduatoria. Era vero un po' di anni fa, ma adesso le cose sono cambiate, anche in Emilia-Romagna, la regione dove gli asili nido sono più diffusi e gestiti meglio. Questa riduzione delle richieste è legata al fatto che le rette degli asili nido comunali sono elevate, spesso molto elevate, e per molte famiglie si tratta di un onere non sostenibile. E perché, per colpa della crisi, sono sempre meno le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano. E se lavora un solo genitore e hai un bambino devi fare dei sacrifici e rinunci all'asilo nido, anche se sarebbe un servizio utile alla crescita di tuo figlio.
Questa è la ragione per cui gli stranieri non mandano i loro figli all'asilo nido, neppure chiedono di mandarlo. Mentre sarebbe importante che lo facessero, perché la scuola rappresenta un mezzo fondamentale di integrazione, specialmente la scuola dell'infanzia e l'asilo nido. Ai leghisti che tuonano contro la perdita di identità del nostro paese vorrei ricordare che nulla come far frequentare la scuola fin dai primissimi anni di vita sarebbe utile per mantenere e far crescere questa identità. Provocatoriamente, se ai leghisti importasse davvero qualcosa dell'identità del loro territorio dovrebbero fare una legge in cui i figli dei cittadini stranieri abbiano la precedenza nelle graduatorie, anzi che obblighi le famiglie a mandare i loro figli all'asilo nido. Così quando sarà grande, Mohamed si sentirà veneto. Magari diventa perfino leghista.  

giovedì 16 febbraio 2017

Verba volant (352): pisciare...

Pisciare, v. intr.

Io vedo come mi guardano gli altri operai. Oggi è peggio, dopo quello che è successo a Beppe, da ieri mi scansano, evitano di guardarmi, neppure mi salutano quando i nostri sguardi inevitabilmente si incrociano all'entrata. Prima almeno mi salutavano, ma era un saluto sforzato, costretto, magari qualcuno fingeva una qualche simpatia, sperando che avrei chiuso un occhio se la pausa fosse durata più di quello previsto dal protocollo aziendale. Mi temevano. Da ieri mi disprezzano per quello che è successo a Beppe. Forse anch'io farei lo stesso se fossi al posto loro.
Mi dispiace per quello che è successo a Beppe. Mi dispiace davvero. Quando l'ho visto lì, in piedi, con i pantaloni bagnati, come imbambolato, non sapevo cosa dire, cosa fare; siamo quasi coetanei, i nostri figli hanno la stessa età. Ho rivisto mio padre quando per la prima volta se l'è fatta addosso e mi sono ricordato che ha cominciato a piangere.
Adesso tutti dicono che ho sbagliato a non permettergli di andare in bagno. Dicono che avrei dovuto usare il buon senso, che ho fatto male. Anche i capi mi hanno rimproverato, pensavo che sarei stato licenziato. Eppure le pause per andare in bagno devono essere brevi, molto brevi, e gli operai non devono abusarne: sapete quante volte me l'hanno spiegato. Mi hanno fatto una testa così.
Capisco che a fine turno sono stanchi e forse non hanno davvero bisogno di andare in bagno, vogliono solo staccarsi dalla catena e allora io dico di no. Non possono continuare ad andare in bagno. In questi anni i capi hanno ridotto le pause, sono sempre meno e più brevi, anche i lavoratori sono stati d'accordo, perché così l'azienda non avrebbe chiuso. Qui se chiude la fabbrica rimaniamo tutti a casa: non c'è altro da fare, abbiamo bisogno di questo lavoro. Con meno pause si fanno più macchine e la fabbrica può rimanere aperta solo se facciamo più macchine. E meno pause.
A me fa strano quando qualcuno che è più vecchio di me mi chiede di andare in bagno, come facevo io quando lo chiedevo alla maestra. Per questo quando dico sì lo faccio con una voce strana, gli operai dicono che mi dispiace quando dico di sì e che invece mi diverto a dir loro di no. Non è così: è che mi sembra strano dover dare il permesso di andare in bagno. Ma è il mio lavoro. Anzi il mio lavoro sarebbe quello di negare questi permessi. Sempre. Così mi hanno spiegato i capi. Non me l'hanno proprio detto così chiaro, ma me l'hanno fatto capire, facendomi vedere dei grafici, riempendomi la testa con delle parole in inglese. La fabbrica continuerà a esistere solo se gli operai smetteranno di fare delle pause. Io ho capito che se tutti smettessero di urinare forse il mio lavoro non servirebbe, ma almeno la fabbrica sarebbe salva. E il nostro lavoro sarebbe salvo. Se continueremo a pisciare loro chiuderanno la fabbrica. Ma non possiamo smettere.

Qualche giorno fa nello stabilimento Sevel di Atessa, in provincia di Chieti, di proprietà della Fiat-Chrysler, un operaio a cui è stato negato di andare in bagno se l'è fatta addosso. Ovviamente il primo pensiero - e la nostra solidarietà - va a quel lavoratore, che ha subito una tale ingiustizia, ma ho provato a immaginare cosa ha significato quell'accaduto anche per gli altri lavoratori, in particolare per il suo caporeparto, per chi ha negato quel permesso.

mercoledì 15 febbraio 2017

Verba volant (351): congresso...

Congresso, sost. m.

Il termine latino congressus, da cui la parola oggetto di questa definizione, deriva dal verbo congredi, che significa propriamente camminare insieme. Nulla di più lontano da quello che avviene in queste ore nel pd: nessuno degli esponenti di quel partito sembra intenzionato a intraprendere questo cammino, tanto più in compagnia degli altri. E qui è evidenziato il primo limite di un partito che non è mai davvero nato, perché manca - è sempre mancato - il senso di appartenere a una stessa comunità.
Il pd è nato perché qualcuno ha pensato che fosse improduttivo continuare uno scontro elettorale tra i due partiti, uno erede della tradizione popolare e uno di quella socialista, che, a causa dell'anomala presenza di Berlusconi, avevano stipulato una solida, per quanto innaturale, alleanza politica a partire dalla prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In tanti ricordano oggi, strumentalmente, il Prodi "padre" dell'Ulivo, il Prodi super partes, ma il rancoroso professore bolognese fu anche il teorico del competition is competition, ossia dello scontro frontale con gli "alleati" dell'allora Ds. E, in questa prospettiva, ciascuno dei fondatori del pd pensava che avrebbe finito per avere la meglio sugli altri: D'Alema riteneva che con la sua intelligenza avrebbe finito per prevalere, Bersani confidava invece nella organizzazione emiliana, nella forza della "ditta", mentre i democristiani sapevano che alla fine avrebbero vinto loro. E così è stato. Come scrivo da tempo, renzi non è un corpo estraneo al pd, come tanti anche in queste ore continuano a ripetere, renzi è la naturale evoluzione di un partito che già dall'inizio non si volle di sinistra e soprattutto non si volle neppure partito. E quindi adesso i vari D'Alema e Bersani, per tacere degli altri comprimari, degli allora giovani ormai precocemente incanutiti, non possono continuare a fingere che un partito esista ancora e che funzionino ancora i meccanismi che funzionavano in un'altra epoca, come quelli di un congresso.
Anche per chi, come me, è fuori da quel partito, ne è un avversario, è però deprimente la scena offerta in questi giorni, perché tutta la discussione, per quanto accesa, per quanto animata, è segnata da un'assenza incredibile: quella della politica. Anche nel dibattito in direzione, il luogo in cui pure avrebbe finalmente dovuto esserci una sorta di redde rationem, nonostante la sfilata di tutti i notabili e di tutti i satrapi del partito, non si è mai affrontato il nodo politico. La discussione è stata - e continua a essere - sul calendario del congresso, ma sinceramente non si capisce quali siano le posizioni in campo. Ovviamente renzi sta personalmente antipatico anche a me, ma non si può costruire una piattaforma congressuale su questo dato, caratteriale e non politico, eppure mi pare che la discussione sia ridotta a questo.
Eppure i temi ci sarebbero. Occorre intanto provare a capire cosa è successo in questi ultimi venticinque anni, analizzare l'evoluzione della nostra società, e provare a dare una prospettiva per il futuro. Personalmente io ho una qualche idea, che legittimamente credo sia diversa da quella di molti che militano in quel partito, e credo che i nostri errori di questi anni ci abbiano condotto a questa rovina e che adesso occorra intraprendere una strada nuova, radicalmente diversa da quella percorsa fino adesso. Immagino che nessuno del pd la pensi allo stesso modo, ma almeno vorrei sentire qualcosa che non sia un dibattito sulla data di un congresso prossimo venturo.
Naturalmente da nemico del pd mi potrebbe anche far piacere veder morire quel partito - in politica non valgono i principii decoubertiniani - ma siccome so che dalla morte del pd non ne trarrà vantaggio una sinistra che qui in Italia è ancora esangue, ma la destra peggiore, quella alla Trump e alla Le Pen, vedere questa agonia mi preoccupa.

domenica 12 febbraio 2017

Verba volant (350): ignoranza...

Ignoranza, sost. f.

Nei giorni scorsi è stata pubblicata sui giornali italiani una lettera aperta, sottoscritta da seicento docenti universitari, che inizia con queste parola:
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente.
Non si tratta di un allarme ingiustificato: ce o aveva già spiegato, con estrema chiarezza, Tullio De Marco, e ciascuno di noi lo sperimenta ogni giorno. Sempre più persone hanno difficoltà a compilare un modulo, anche quando ci sforziamo di renderli semplici e comprensibili. Troppe volte ci capita di leggere errori grammaticali in articoli di giornale o di ascoltarli in televisione. E non si tratta di un problema "minore" rispetto a quelli gravissimi in cui si dibatte il nostro paese. La mancanza di istruzione è uno dei più gravi limiti dello sviluppo democratico di un paese: non ci può essere vera democrazia in un paese in cui le persone non sanno leggere, scrivere e far di conto, come si diceva un tempo. Mi piaceva quando vedevo - ad esempio nel simbolo del Psi - il libro insieme alla falce e al martello: mi sembrava che quell'immagine ci indicasse proprio la necessità che tutte e tutti sapessero leggere e scrivere e ci indicasse un obiettivo e un impegno di lotta. Sconfiggere l'ignoranza è il primo dovere della sinistra, a ogni latitudine e in ogni tempo.
Di questa lettera però mi interessa soprattutto un altro aspetto: il suo essere così intrinsecamente italiana. Perché vede che c'è un problema e ne individua le responsabilità; degli altri. In Italia è sempre così: è sempre colpa di qualcun altro. Gli estensori e i firmatari di quella lettera dal contenuto sacrosanto non sono marziani arrivati all'improvviso nel nostro paese e chiamati a osservare, a giudicare e, nel caso, a condannare. Sono seicento professori universitari, molti di loro hanno o hanno avuto altri incarichi, molti di loro fanno o hanno fatto politica, sono seicento persone che fanno parte a tutti gli effetti della classe dirigente di questo paese. Forse se siamo a questo punto, cari professori, un po' è anche colpa vostra. Quegli insegnanti poco preparati delle scuole elementari, che non insegnano più la grammatica, sono stati vostri allievi, quei politici che hanno tolto peso all'insegnamento della grammatica sono stati vostri allievi o militano nel vostro partito, ci potete parlare anche senza bisogno di scrivere una lettera. E' anche colpa vostra, cari professori, perché è anche colpa nostra, di noi cittadini, perché quei politici li abbiamo votati, perché alla grammatica diamo poco peso, perché - quando siamo genitori - poco ci curiamo di quello che viene insegnato a scuola ai nostri figli. E anche voi, cari professori, come noi, siete cittadini e quindi condividete questa responsabilità e in più siete anche voi scuola, anche voi fate parte delle persone a cui è demandato il compito di educare le cittadine e i cittadini. Certo voi non dovete insegnare a leggere e a scrivere, a quello devono pensarci i maestri elementari, ma non pensate che forse il vostro latinorum può fare altrettanti danni?

sabato 11 febbraio 2017

Verba volant (349): chiudere...

Chiudere, v. tr.

Amo le biblioteche, le ho sempre amate. E credo che le biblioteche rappresentino una delle funzioni più importanti di una città, ossia che non possa esistere una città senza biblioteche, così come non può esistere una città senza scuole e ospedali. E per questo non mi piace quando l'ingresso in una biblioteca non è libero - e gratuito - quando per entrare in una biblioteca occorre passare attraverso due porte a vetri, come per entrare in banca, e tu rimani per qualche secondo prigioniero tra quelle due porte chiuse, in attesa che qualcuno o qualcosa ti riconosca. E infatti amo poco le banche, non tanto perché è difficile entrarci, ma per quello che ci fanno dentro.
Quindi per me è un dolore sapere che in una biblioteca che ho frequentato in gioventù, quella di via Zamboni 36 a Bologna, sono state installate queste due porte. Come noto, contro questa decisione un gruppo di studenti ha iniziato una serie di proteste, fino all'occupazione di quella stessa biblioteca, e - cosa altrettanto nota - la polizia ha sgombrato quegli studenti - con una violenza repressiva francamente intollerabile - "liberando" quella biblioteca, che ora temo sia chiusa. Una sconfitta per l'università; e per la città. E soprattutto per gli studenti che di quello spazio hanno bisogno.
Poi però bisogna raccontare anche un'altra parte di questa vicenda, che riguarda cosa le biblioteche sono diventate nelle nostre città. Per ovvi motivi anagrafici, non frequento le biblioteche universitarie bolognesi da molto tempo, ma fino a qualche anno fa andavo regolarmente in Salaborsa, la principale biblioteca pubblica di Bologna - che si trova proprio a ridosso di piazza Maggiore, nel cuore della città: cinque o sei anni fa - e immagino sia la stessa cosa anche oggi - quell'istituzione non svolgeva soltanto la funzione per cui è nata, ma ne ha assunta un'altra che tutti vediamo, ma che nessuno sembra disposto ad ammettere. La Salaborsa è, insieme alla sala d'aspetto della stazione ferroviaria, il principale luogo di riparo per molti senzatetto bolognesi: se non ci fosse quella biblioteca, se non ci fossero le biblioteche nei quartieri, molti senzatetto non saprebbero dove andare e sarebbero costretti a rimanere in strada, al freddo d'inverno e al caldo d'estate. Questa è una funzione di una biblioteca? Credo di no, però è così e non possiamo fingere che non lo sia. E infatti credo che la gestione di quella biblioteca dovrebbe essere a carico non solo dei magri bilanci del settore cultura, ma che le spese dovrebbero essere imputare anche sui costi del welfare. Questo innegabilmente crea problemi alle persone che lavorano in quell'istituzione e a chi va a leggere e a studiare. Si spaccia in Salaborsa? Immagino di sì, perché si tratta comunque di uno spazio libero e per molti versi franco. Scusate la prosaicità, ma Salaborsa è uno dei bagni pubblici più frequentati della città; questa non è una funzione di una biblioteca, però risolve le "funzioni" di moltissime persone che passano per il centro e non saprebbero come fare altrimenti. Amministrare una città significa anche dedicare spazi alle necessità dei suoi cittadini, a tutte le necessità.
A me piacerebbe che le biblioteche universitarie di Bologna fossero spazi liberi e aperti alla socialità - perché in biblioteca ci vai a studiare, ma anche per stare insieme - mi piacerebbe che fossero aperte anche di sera, di notte - anche perché per molti studenti fuorisede non è facile studiare negli spazi angusti delle case che vengono loro affittate a prezzi iperbolici dai "bravi" cittadini bolognesi. Ma nella situazione data cosa diventerebbero quegli spazi? Sarebbero impropri dormitori, sarebbero impropri bagni pubblici, sarebbero un'altra cosa rispetto a quello che dovrebbero essere.
Per questo non mi appassiona la discussione pro o contro le occupazioni, né quella pro o contro lo sgombero da parte della questura, su richiesta del rettore, con l'avallo del sindaco e il plauso dei benpensanti che affittano in nero agli studenti. Vorrei che nella mia ex città, nell'università in cui mi sono laureato - per inciso la più antica del mondo - si discutesse di spazi e di funzioni.
Non siamo di fronte a un nuovo '77, ma al manifestarsi della debolezza della città di fronte a quello che è, a quello che dovrebbe essere. Un rettore inadeguato, un sindaco inadeguato, una città inadeguata, cosa altro possono fare? Alzano la voce, sbattono i pugni sul tavolo, fanno intervenire i poliziotti soltanto per mascherare la loro pochezza, la mancanza di un'idea di futuro, l'incapacità di pensare a cosa deve essere la città e l'università, a partire da come devono essere usati i suoi spazi. E francamente anche gli studenti "ribelli" e occupanti mi pare non dimostrino grande visione del mondo. Volete occupare via Zamboni 36 per farci cosa?
In questi giorni a Bologna si stanno fronteggiando due debolezze, e visto che nessuno sa cosa farci di quello spazio finirà per rimanere chiuso. Una sconfitta per tutta la città.

giovedì 9 febbraio 2017

Verba volant (348): stadio...

Stadio, sost. m.

Serve davvero uno stadio nuovo ad Olimpia? C'è già quello che si trova ad oriente del tempio di Zeus, alle pendici del monte Cronos; fino ad ora è stato sufficiente per ospitare i grandi giochi panellenici.
Eppure, da quando Stesippo di Caria ha cominciato a sostenere la necessità di questo suo progetto, i cittadini della gloriosa città dell'Elide sembrano discutere soltanto di come debba essere costruito, su quale area e quanto terreno debba occupare, ma nessuno pare interrogarsi se un nuovo stadio sia effettivamente qualcosa che serve alla città.
Stesippo è arrivato ad Olimpia con il progetto di costruire questo nuovo stadio e ha spiegato all'assemblea dei cittadini che naturalmente tutte le spese saranno a suo carico. Il costruttore della Caria pare sia molto ricco, appena arrivato in città ha fatto grandi offerte ai templi e i sacerdoti, specialmente quelli potentissimi del tempio di Zeus, hanno cominciato ad avere uno speciale riguardo per questo straniero e per il suo ambizioso progetto. Stesippo ha portato in assemblea anche tanti vincitori dei giochi, i grandi beniamini degli spettatori, e tutti loro hanno detto che un nuovo stadio è necessario, che in un nuovo stadio loro potranno eccellere ancora di più e che il pubblico sarà più comodo e potrà seguire meglio le gare. I politici di Olimpia all'inizio si sono dimostrati sospettosi verso il costruttore dell'Asia minore, ma poi anche loro hanno cominciato a convincersi che il nuovo stadio è necessario. Stesippo è stato molto generoso, ma non voglio certo accusare quei nobili personaggi di essersi convinti solo grazie alle sue offerte. Sono prima di tutto i cittadini di Olimpia che vogliono il nuovo stadio, per tanti artigiani della città sarà un'occasione unica, ci sarà lavoro e opportunità di ricchezza per molte persone, girerà tanto denaro attorno a quei cantieri.
Perché Stesippo non si limiterà a costruire soltanto lo stadio, ha progetti più ampi, intende realizzare vicino all'impianto tutta una serie di botteghe da affittare a commercianti, osti, prostitute, insomma quelli che fanno affari quando appassionati da tutte le città greche arrivano ad Olimpia per i giochi. E poi c'è da costruire gli edifici dove saranno ospitati gli atleti, gli spazi per allenarsi, e un teatro per gli spettacoli, e poi ancora case per le persone che ci lavoreranno. Anche un altro tempio, così saranno più contenti i sacerdoti. E poi le strade per arrivarci e un nuovo ponte sull'Alfeo. Stesippo intende costruire attorno al suo stadio una nuova Olimpia.
In questa euforia nessuno si chiede come verranno utilizzati tutti questi edifici quando non si svolgono i giochi e non vengono ospitati gli atleti e gli spettatori delle altre città. E servono davvero nuove botteghe? Faticano quelle che già ci sono. E cosa ne sarà degli edifici della "vecchia" Olimpia, che prima o poi verranno abbandonati perché tutti i commerci e la vita sociale si concentreranno nella "nuova" città? Cosa faranno i cittadini del vecchio e glorioso stadio. Stesippo parla di riconversione, forse si potrebbe adibire a un uso diverso, magari al suo interno potrebbero essere costruite altre botteghe, altre osterie, altri lupanari; forse un altro teatro. Il mestiere di Stesippo è quello di costruire e lui, e quelli come lui, diventano più ricchi se più costruiscono, ma che ne sarà della città di Olimpia?